1_ PREMESSA STORICA

Ultima modifica: 15 Maggio 2024

Nascita e avvento del fascismo

Il fascismo conquistò il potere dopo la marcia su Roma avvenuta il 28 ottobre del 1922. Dopo tale sfida diretta al monopolio dell’uso della forza e allo Stato italiano, lo stesso Re Vittorio Emanuele III nominò Benito Mussolini Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il “fenomeno” fascista era apparso appena pochi anni prima, quando, il 23 marzo del 1919, furono fondati a Milano, in Piazza San Sepolcro, i “fasci di combattimento”. In quella fase il movimento era ancora un coacervo confuso composto da varie provenienze: ex-anarchici, ex-socialisti (lo stesso Mussolini era stato tra i massimi dirigenti del Partito Socialista), militari, con una presenza ampia della piccola classe media impoverita dalla guerra. Una sue delle caratteristiche principali, oltre al richiamo alla “grande guerra” come esperienza fondamentale, era la costituzione in milizia armata e inquadrata militarmente, con la presenza costante della violenza come strumento politico. Malgrado le parole d’ordine mutuate dalla sinistra (lo stesso termine “fascio” richiamava i moti contadini) e la presenza di personale politico proveniente dalle più disparate esperienze politiche, il fascismo nascente indirizzò la sua azione violenta presso le sedi del Partito Socialista, del Partito Popolare e dei Sindacati, proponendosi come garante dell’ordine presso le classi dominanti (in particolare nelle aree rurali del nord Italia). Appena 2 anni dopo, nel novembre del 1921, il movimento venne trasformato in Partito, con una rigida organizzazione gerarchica e mantenendo la sua caratteristica di milizia armata attraverso il fenomeno dello squadrismo.

Su questa fase è possibile scaricare la tesi di Dario Salvetti “Un Comune fiorentino dal liberismo al fascismo: Montelupo 1919-1926” disponibile in bibliografia.

Lo stato totalitario

Dopo la presa del potere, Benito Mussolini guidò un primo governo di coalizione (essendo la presenza del fascisti in Parlamento una esigua minoranza). Anche a Montelupo Fiorentino il fascismo al potere consolidò una situazione di violenza endemica relativa agli anni precedenti. In particolare nel 1921, anno di estrema brutalità (dove si confrontarono le diverse anime del fascismo e si volle far fallire il progetto di “pacificazione” a cui lo stesso Mussolini aveva in prima istanza aderito). Si verificarono in questo ambito l’uccisione di Virgilio Rovai (padre di Ateo/Aldo Rovai, deportato a Mauthausen nel marzo del 1944) e del figlio del segretario del fascio empolese Italo Gambacciani (a cui venne dedicato poi lo stadio dove adesso sorge Piazza dell’unione Europea). Scontri significativi, a cui parteciparono direttamente fascisti montelupini, si verificarono anche a Porto di Mezzo, nel comune di Lastra a Signa, con la morte di Roberto Saccardi (a cui nel 1923 venne intitolata la Piazza dei Balli, poi, nel secondo dopoguerra dedicata a Gelasio Centi, antifascista morto nel 1922). Anche a Montelupo, così come accadeva sul piano nazionale, era evidente l’appoggio al fascismo da parte delle classi dirigenti (di quelle dominanti abbiamo accennato) e della forza pubblica.

Ovviamente in questo spazio non è possibile riassumere l’intero ventennio fascista a Montelupo, ma è importante ripercorrerne le fasi iniziali, in quanto la caratteristica della violenza come strumento della politica, l’esclusione di una parte della comunità dalla nazione (ovvero l’identificazione fra fascismo e nazione) sono caratteristiche che saranno alla base della deportazione dell’8 marzo del 1944.

Il regime si consolidò dopo l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924). In questa fase Mussolini, sul punto di dimettersi, si trovò “quasi” in balia delle frange più estreme del partito che lo convinsero a scegliere la strada dell’intransigenza. Con il il discorso del 3 gennaio del 1925 si può dire che il primo step della trasformazione in regime era concluso. Con le leggi “fascistissime” del biennio 1925-1926 la strada verso il totalitarismo era ormai avviata.

Si consolidarono gli strumenti repressivi, fu costituito il tribunale speciale per la difesa dello stato, il confino di polizia, reintrodotta la pena di morte, inquadrata la gioventù in strutture paramilitari, si sciolsero tutti i partiti politici, la stampa venne assoggettata al regime, le elezioni divennero plebiscitarie.

Successivamente anche Camera e Senato si trasformarono in semplici casse di risonanza del regime, mentre si costituiva come struttura costituzionale il Gran Consiglio del Fascismo, ente parallelo, in grado di emanare leggi.

Il lungo ventennio trascorse con la sempre più evidente vischiosità di un regime che aspirava a diventare veramente totalitario e, come tale, aveva necessità di mantenere in stato di perenne eccitazione il popolo. In questo contesto, e per la “naturale” predisposizione all’imperialismo l’Italia ai avviò alle avventure coloniali, estremamente violente, ma obsolete dal punto di vista dell’approccio ideologico ed economico, in Africa Orientale.

Imperialismo e alleanza con Hitler

La nascita dell’Impero nel 1936, fu un momento di grande consenso (per quanto sia estremamente difficile misurare il consenso in un regime totalitario) ma anche di accelerazione di pratiche sempre più aggressive e discriminatorie che sfociarono, nel 1938, nell’emanazione delle cd. “Leggi razziali”, firmate dal Re presso la sede di San Rossore, rivolte contro la minoranza ebraica presente in Italia. Una minoranza assai poco significativa dal punto di vista numerico e totalmente inserita nello stato italiano, con la presenza di cittadini di religione ebraica all’interno dello stesso partito fascista. Tali leggi si inserivano nella “lotta contro la borghesia” (da intendersi non come classe sociale, ma come “atteggiamento dello spirito”) avviata proprio con l’avventura coloniale.

La conquista dell’Etiopia e le relative sanzioni irrogate dalla “Società delle Nazioni” (organismo internazionale precursore dell’ONU, che nascerà nel secondo dopoguerra) avvicinarono l’Italia fascista alla Germania Nazista, nazione il cui revanscismo post-prima guerra mondiale era sempre più evidente. Tale assonanza si rinsaldò con l’annessione dell’Austria realizzata da Hitler nel 1938.

Dopo lo scoppio seconda guerra mondiale, il 1 settembre del 1939, l’Italia di Mussolini, del tutto impreparata dal punto di vista militare, non scese subito in campo al fianco dell’ormai alleato tedesco. Tuttavia, quando la Germania sconfisse in brevissimo tempo la Francia e mise in rotta gli eserciti alleati (Francia e GB), nella convinzione che la guerra fosse ormai terminata, Mussolini entrò in guerra contro la Francia ormai sconfitta. Da questo punto in avanti le avventure militari del fascismo condussero il nostro paese al disastro. A differenza della Germania vittoriosa e poi ferocemente aggressiva fino alla disfatta, l’Italia fascista, già nel primo anno di guerra, vide peggiorare le proprie condizioni di vita e lo scollamento fra regime e popolazione divenne sempre più evidente. Con lo sbarco degli alleati al sud, nel 1943, e le enormi distruzioni e lutti provocati dai bombardamenti alleati, era evidente lo sfacelo del paese.

La caduta

La notte del 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo si riunì per votare un ordine del giorno presentato da Grandi (gerarca che aveva compiuto, come molti altri, una strepitosa carriera sotto il fascismo) dove si chiedeva la riconsegna dei poteri al Re, secondo il dettato dello Statuto Albertino (la Costituzione monarchica mai modificata dal fascismo). Il Duce, il giorno seguente si recò dal Re per informarlo, ma il monarca ( che aveva ordito un ulteriore e autonomo “complotto”) lo fece arrestare e poi assegnare prima al confino a Ponza e dopo sul Gran Sasso, dove venne liberato da alcuni emissari inviati da Hitler.

In questi 45 giorni (dal 25 luglio all’8 settembre) l’Italia restò con il fiato sospeso e la speranza della fine della guerra. Il successivo armistizio, la fuga del Re e dei suoi ministri al sud, l’assenza di ordini verso l’esercito provocarono una disfatta epocale, dove l’esercito germanico, già allertato, invase l’Italia, catturando centinaia di migliaia di soldati italiani, nel nostro paese e sui fronti dove i due eserciti stavano combattendo fianco a fianco fino a pochi giorni prima.

Nel frattempo Hitler desiderava non occupare l’Italia quale paese nemico, avendo ancora bisogno ancora di un alleato, per quanto adesso il paese fosse diviso in 2 e con la presenza degli eserciti alleati e delle prime formazioni partigiane. Per questo Benito Mussolini venne messo a capo di un nuovo governo “fantoccio” (ora repubblicano) autodenominatosi “Repubblica Sociale Italiana” (RSI conosciuta come “Repubblica di Salò”).

La Repubblica Sociale e Italiana

Come scrivevamo all’inizio di questa parte, è importante tenere a mente le modalità di avvento del fascismo e la compresenza di dichiarazioni “libertarie” con una estrema violenza considerata strumento ordinario del fare politica.

Quella fase iniziale venne ripresa dalla RSI in maniera estremamente più brutale e sanguinaria. Assistiamo quasi al “precipitato” dell’ideologia fascista (ora più assimilabile al nazionalsocialismo che al fascismo del ventennio): violenza estrema, brama di vendetta contro i “traditori” del 25 luglio, compresenza di diversi corpi di polizia spesso incontrollabili dallo stesso Mussolini, razzismo divenuto strutturale, disprezzo per la monarchia (si riprende il “repubblicanesimo” degli inizi), richiamo alla “socializzazione” dei mezzi di produzione. Il “manifesto di Verona” (una specie di “carta costituzionale” della RSI) è il chiaro prodotto di questa fase, la più sanguinosa e feroce di tutto il ventennio e anche della guerra.