Il bosco di Camaioni

13 Aprile 2023

Lunghezza percorso: 3,16 km
Dislivello totale: +144 m – 144m
Tempo di percorrenz: 2h
Difficoltà: facile

IL BOSCO

Il Bosco di Camaioni è composto principalmente da querce (Genere Quercus) molto resistenti ai terreni aridi e superficiali e con presenza di rocce carbonatiche come la roverella e il cerro. Altre specie più pregiate, la rovere e la farnia sono state ridotte dall’azione dell’uomo allo stato di residui. Si trova anche la presenza di carpini e frassini. Il Bosco ha subito nel corso degli anni molti cambiamenti dovuti all’azione dell’uomo e attualmente la “gestione” del Bosco è a CEDUO, con tagli ogni 10 anni circa.   ROVERELLA: Quercus pubescens è la specie di quercia più diffusa in Italia, tanto che in molte località è chiamata semplicemente quercia. Appartiene alla famiglia delle Fagaceae. Resistente all’aridità, e capace di adattarsi anche a climi relativamente freddi.. Il principale carattere diagnostico per identificare la specie è quello di sentire al tatto le foglie o le gemme: sono ricoperte da una fine peluria che si può facilmente apprezzare. La rusticità e plasticità di questa pianta, grazie soprattutto all’enorme vitalità della ceppaia, ha permesso alla Roverello, attraverso i secoli di resistere agli interventi distruttivi dell’uomo.  CURIOSITÀ: è facilmente riconoscibile d’inverno in quanto mantiene le foglie secche attaccate ai rami a differenza delle altre specie di querce

ORNIELLO: Fraxinus Ornus in Italia è comunissimo in tutta la penisola, dalla fascia prealpina del Carso, fino ai laghi lombardi; penetra nelle valli principali fino al cuore delle Alpi risalendo le pendici montane fin verso i 1000 m di quota al nord e 1500 m al sud di altitudine. Specie piuttosto termofila e xerofila preferisce le zone di pendio alle vallette ombrose e fresche ed è formidabile nel ricolonizzare le zone forestali in cui è avvenuto un incendio o un precedente vecchio rimboschimento, mostrando elevata rusticità e messa a seme. Ha tronco eretto, con corteccia liscia grigiastra, opaca, la chioma ampia è formata da foglie caduche opposte, la faccia superiore è di un bel colore verde, mentre quella inferiore è più chiara e pelosa lungo le nervature.
CURIOSITÀ: in Sicilia alcune piante erano oggetto di coltivazione per la produzione della manna!!

FELCI: Passeggiando per il bosco di Camaioni, particolarmente nei tratti dove l’umidità si mantiene per tutte le stagioni, ci si imbatte in varie specie di felci e in una specie appartenente alle Lycophyte (Selaginella denticulata), per non parlare della molteplicità di muschi ed epatiche. Felci e Selaginella non producono fiori ma possiedono sporofilli, foglie che producono gli sporangi che sono gli organi preposti alla riproduzione. La riproduzione non è affidata al seme, ma alle spore. Uno degli eventi fondamentali, nei primi momenti dell’invasione della terraferma da parte delle piante, fu lo sviluppo di spore provviste di pareti protettive durevoli, in grado di tollerare condizioni di aridità, questo tuttavia non svincola le felci dalla presenza di acqua per completare la riproduzione. Spesso contenute in strutture di colore giallo o marrone,  possono essere scambiate dai meno esperti con uova di insetto e in qual modo considerate dannose. Il periodo, in generale, in cui possono essere osservate le strutture portanti le spore nelle felci va da maggio ad agosto e cambia ovviamente dal tipo di specie.

 

LA CHIESETTA DI SAN MICHELE A LUCIANO

La chiesa parrocchiale di S. Michele richiama, anche in ragione della sua titolazione, una presenza altomedievale. La prima notizia sulla chiesa di San Michele risale al 1243,  quando risulta inserita nello scomparso castello di Luciano di proprietà dei Conti Alberti; nello stesso documento è riportato l’atto di giuramento che il suo rettore fece al pievano di Signa, pieve da cui dipendeva nonostante la grande distanza che le separava.

Negli anni seguenti la situazione economica della chiesa fu sempre difficile e instabile, ma questo non impedì al rettore, prete Michele, di permutare la chiesa di Luciano con la pieve di Signa in data 3 aprile 1319. La situazione territoriale della parrocchia è ben spiegata in un atto del 31 ottobre 1306 quando fu rogato un Attum in populo Sancti Michaelis de Luciano de communi Montislupi in castro domini baldi de frescobaldi; a quel tempo quindi la chiesa di Luciano era nel comune di Montelupo e di patronato della famiglia Frescobadi. Il territorio della parrocchia andò incontro ad un rapido spopolamento e già nel 1422 fu annessa alla vicina chiesa di San Vito. Dopo annessione alla chiesa venne comunque unita la chiesa di San Mamante situata presso Signa ma la chiesa di Luciano continuò lentamente a decadere. Il 15 giugno 1575, in occasione di una visita apostolica, venne trovata in completa rovina.

Nel corso del XVIII secolo gli Antonori, divenuti sin dal 1434 patroni delle chiese locali, restaurarono l’edificio, utilizzando per l’opera diversi materiali di recupero, tra i quali alcuni di età romana.

La chiesa è inserita negli itinerari settecenteschi di G. Targioni Tozzetti e nello stesso periodo Domenico Maria Manni, allora podestà a Montelupo Fiorentino, segnalò, come proveniente dal cimitero annesso, il cippo miliare della via Quinctia ( Cfr. Scheda n.5)

DESCRIZIONE ARCHITETTONICO ARTISTICA  La chiesa di San Michele a Luciano è un piccolo edificio ad aula rettangolare, coperta a doppia falda e conclusa da un’abside semicircolare; l’edificio originale é stato realizzato completamente in pietra serena cavata presso l’Arno, le fondamenta in bozze di calcare alberese cavate localmente mentre il paramento è costituito da conci di arenaria grigia regolari e ben squadrati. La facciata è a capanna e al centro si trova il portale, i cui stipiti sono frutto di un rifacimento, coronato da un arco a tutto sesto; sopra e ai lati del portale sono inseriti dei marmi provenienti da edifici di epoca romana (si tratta di frammenti architravi) e inseriti a scopo decorativo. Nel XVII secolo,  forse in seguito ad un crollo, la facciata venne ridefinita e l’originale paramento murario in pietra serena venne sostituito, nelle parti danneggiate, con bozze di calcare e poi intonacato. Sopra al portale si trova una finestra a campana. La fiancata settentrionale è priva di aperture e anche qui sono visibili i segni di numerosi rifacimenti mentre la fiancata meridionale è quella che ha maggiormente conservato il paramento originario in cui era aperta una piccola porta oggi tamponata con mattoni. La tribuna, sicuramente la parte più interessante dell’edificio, mostra il volume semicilindrico dell’abside, realizzata in arenaria ed aperta da una monofora a doppio strombo con archivolto monolitico. L’abside presenta un elaborato coronamento: al di sopra di una fascia di bozze di calcare alberese di color ocra è stata collocata una serie di archetti appena scolpiti in pietra arenaria e sopra di essi si trovano due strati composta da frammenti di mattoni e bozze di arenaria disposte a dente di sega. Sul fianco sinistro si trova il campanile a vela biforo in arenaria, sicuramente attribuibile ad una fase molto più tarda rispetto alla fondazione della chiesa.

Per quanto riguarda l’interno della struttura, il paramento murario è in uno stato di conservazione migliore rispetto all’esterno. Nella controfacciata il portale ha ancora l’arco a tutto sesto privo di architrave ed è sorretto da mensoloni, i quali, purtroppo, sono stati vandalizzati in tempi molto recenti. Se il volume dell’abside da fuori è interessante, dall’interno non è da meno: la calotta è interamente affrescata con una grande scena raffigurante il Giudizio Universale tra la Madonna e San Giovanni Battista, opera di un ignoto artista dei primi del XV secolo. Altre tracce di affresco si trovano nello stipo ricavato dopo il tamponamento del portale laterale.

 

OSSERVATORIO ASTRONOMICO

L’Osservatorio Astronomico di San Vito nasce da una forte volontà Gruppo Astrofili di Montelupo (Gr.A.M) e dell’Amministrazione Comunale.

La costruzione è realizzata in prossimità del culmine della collina, rispettando la distanza relativa al vincolo cimiteriale ed è raggiungibile grazie alla presenza di una strada carrabile che si distacca da Via S. Vito che attraverso il bosco raggiunge l’area interessata dall’opera. L’intera struttura è celata dalla stessa alberatura limitrofa.

L’ edifico è composto da due corpi di fabbrica collegati tra loro: Il primo è caratterizzato dalla torre di osservazione con struttura cilindrica, al cui piano terra trova posto la sala di “elaborazione dei dati”, il piano superiore ospita il telescopio e la cupola apribile. Sempre a questo livello è presente la realizzazione di una terrazza per le osservazione dirette con piccoli strumenti portatili. Il secondo corpo di fabbrica costituito da una struttura quadrangolare che oltre ad essere utilizzata come sala lezioni sull’astronomia e didattica, ospiterà la cupola del “planetario”.