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I “Vani d’ombra” di Simone Innocenti

Il 26 settembre sarà presentato a Montelupo presso FACTO

Simone Innocenti è nato a Montelupo nel 1974 e della sua montelupinità ne fa un baluardo. Nonostante da tempo per motivi di lavoro trascorre molto tempo del capoluogo toscano, attualmente, infatti, lavora al “Corriere Fiorentino”, dorso regionale del “Corriere della Sera”.

Ha scritto la guida letteraria Firenze Mare (Perrone), esordendo con Puntazza (Erudita). Suoi racconti sono apparsi in varie antologie. Si occupa di cronaca nera e giudiziaria e ha scritto per “Il Corriere”, “La Nazione”, “Il Giornale della Toscana”, “Avvenire”, “L’Espresso” e “Sette”.

“Vani d’ombra” è il suo primo romanzo. Racconta la storia di Michele e della sua curiosità che avrà effetti devastanti per la sua vita. Un piccolo paese di campagna, ci si conosce tutti. Impossibile non annoiarsi. In particolare se hai tredici anni, la scuola è finita, fa caldo e i vestiti ti si appiccicano addosso.

Capita che a voler passare il tempo poi si diventa curiosi e con un binocolo in mano si possono vedere tante cose. Nascosto tra le fronde di un albero, Michele scopre che la colf del notaio, tutti i pomeriggi, incontra uomini. Ogni giorno uno diverso. È come stare al cinema senza pagare il biglietto. Il conto arriva quando viene scoperto dalla donna, trascinato per un orecchio e rinchiuso a chiave dentro il suo armadio. Imprigionato e al buio, Michele è costretto a una rivelazione che segnerà per sempre la sua vita. Con una scrittura cruda, a volte persino violenta, il romanzo trascina il lettore nelle zone più intime della mente di un uomo tormentato.

La genesi del romanzo?

Da un paio di taccuini dove appuntavo frasi che avevano la caratteristica di una duplice ossessione: il sesso e il colore del bianco, un colore che contiene tutti gli altri colori e che è simbolo universale di purezza ma anche di resa.

Il racconto sembra un’indagine nel torbido dell’animo umano.

È la storia di una vita e ogni vita – che viene raccontata – ha molte luci e molte ombre. Le verità, spesso, si nascondono nei vani. O nell’essere vani.

L’evoluzione della trama risente in qualche modo anche della tua esperienza da cronista di nera?

Il romanzo è costruito come un thriller, ma la voce è martellante e ossessiva come un monologo teatrale. O è simile a quello di un verbale di polizia che contiene la voce di una persona che si mette a parlare di fatti necessari a un’indagine. C’è molto, dunque, del mio lavoro di cronista ma anche del mio “lavoro di lettore”. Molti autori letti, credo, hanno creato una sorta di intelaiatura che è servita poi alla storia per prendere una direzione che non è mai univoca. Una storia che si srotola riga dopo riga che costringe a cambiare la prospettiva. Perché è il bianco stesso, come colore, a non concedere una prospettiva.

Il colore e la musica (intesa anche come ritmo della scrittura) sono due aspetti che caratterizzano il romanzo. È una scelta voluta o è proprio il frutto del processo creativo?

Di voluto c’è solo il tempo che ho potuto dedicare alla stesura del romanzo: dodici ore di fila per sette giorni consecutivi. Cosa sia successo in quella settimana non lo so neppure io, so che alla fine di quella settimana c’era il romanzo.

Il paese dove la storia è ambientata non può non far pensare a Montelupo. Hai preso ispirazione dal paese dove sei cresciuto?

Qualsiasi cosa è Montelupo se uno è di Montelupo, ma questa è la lettura più sotterranea ed è destinata solo a chi è di Montelupo. Nel romanzo il paese è una specie di quinta scenica al passato di quando questo paese era ancora un paese. Come ogni quinta scenica è stata spostata a piacimento: non c’è mai stata una casa di notaio fuori dal paese, ma – ad esempio – le strade polverose e i lunghi pomeriggi estivi da abbattere con il gioco della cerbottana sono realtà che ho descritto prendendo spunto dal passato di una Montelupo che – per chi ha avuto la fortuna di viverla – sembrava primordiale, quasi mitica, a volte crudele. La riservatezza con la quale il paese ha sempre protetto se stesso, e che probabilmente ha ereditato dalle mura del castello, è un’altra caratteristica propria di questo passato. Una caratteristica che ho deciso di ‘usare’ per tessere una storia che di montelupino non ha proprio nulla. Il divertimento, quello più puro che si trova in alcune pagine di questo libro, è invece pari pari al divertimento che anni fa provavamo noi altri, i ragazzi del Bar Carlino. E che ancora oggi, a distanza di quasi venti anni, proviamo quando ci ritroviamo assieme per un paio di cene all’anno.

Giovedì 26 settembre dalle ore 19.00 si terrà la presentazione presso FACTO, via Marconi 2.



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