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Giovedì 19 settembre Rossano Ercolini sarà a Montelupo per presentare RIFIUTI ZERO

Per il numero di settembre di Montelupo Informa lo abbiamo intervistato. Di seguito riportiamo l'intervista

Biografia: Rossano Ercolini, toscano, maestro elementare, è ideatore e responsabile del progetto «Passi concreti verso Rifiuti Zero». Si occupa attivamente di gestione dei rifiuti da più di 35 anni, in particolare il suo impegno è andato alla divulgazione dei rischi ambientali derivanti dagli inceneritori e a promuovere lo stile di vita a spreco zero. Per queste sue battaglie ha ricevuto nel 2013 il prestigioso Goldman Environmental Prize, il Nobel alternativo per l’ambiente, è stato ospite del presidente Obama e ha conquistato fama mondiale. Attualmente è presidente del Centro di Ricerca Rifiuti Zero, delle associazioni Zero Waste Europe e Zero Waste Italy.
Presiede anche l’associazione Diritto al Futuro, ed è tra i principali fondatori della Rete Nazionale Rifiuti Zero. Oltre a numerosi articoli sull’argomento, ha pubblicato nel 2014 per Garzanti Non bruciamo il futuro.

Sarà a Montelupo Fiorentino al MMAB (piazza Vittorio Veneto, 11) giovedì 19 settembre alle ore 21.15 per presentare il suo ultimo libro “Rifiuti Zero” ed. Baldini e Castaldi.

  1. Il tema dell’ambiente, del riciclo e del consumo di plastica è divenuto (forse toppo tardi) di grande attualità. Quale è la reale situazione in cui ci troviamo? Cosa accadrà se non vengono prese misure correttive?

In realtà da un punto di vista politico culturale la questione ambientale non è messa al primo posto dell’agenda da parte delle classi dirigenti. Ci sono indicatori numerici - come tali difficilmente confutabili - che ci dicono che il limite ormai è stato varcato: viviamo una crisi ambientale globale i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti (crisi climatica per la quale sono entrate in gioco le nuove generazioni, come il movimento creato da Greta Thunberg) e noi abbiamo il dovere di intervenire per arginare questa situazione.

Ci sono discipline come la scienza dell’impronta ecologica che sono in grado di trasformare in grandezze numeriche i tempi necessari per rigenerare le risorse che preleviamo dal pianeta e ci dicono ad esempio che se tutti consumassero come gli USA avremmo bisogno di 4 pianeti, noi europei siamo più equilibrati, ma se continuiamo con questo modello di sviluppo avremmo bisogno di 2 pianeti e mezzo; mentre Cina, India, Indonesia, Brasile stanno copiando il nostro modello.

Un’altra questione importante da affrontare è data dalla presenza di plastica negli oceani: la Fondazione Ellen MacArthur (https://www.ellenmacarthurfoundation.org/) afferma che se continuiamo a versare in mare circa 9 milioni di tonnellate all’anno di plastica nel 2050 ci sarà più plastica che creature marine negli oceani. Detto ciò, nonostante tutto, continuo ad essere ottimista. C’è da capire come rimediare ai danni di un’inciviltà dello spreco. La scienza e le conquiste tecnologiche possono essere strumenti che fanno parte della soluzione del problema.

  1. Ci può spiegare come?

Ad esempio, oggi per quanto riguarda le alternative alla plastica ci sono tecnologie e materiali, addirittura nano materiali che sono in grado di sostituirla.
Io stesso ho scritto al produttore della bevanda Estathé affinché sostituiscano l’attuale bicchierino in plastica con uno realizzato in cellulosa e rivestito da un additivo realizzato con un nano vetro che rende il contenitore impermeabile e adatto a contenere alimenti. L’innovazione ci viene sicuramente in aiuto. Tuttavia bisogna prestare attenzione a quello che io definisco: “abbaglio tecnologico”. Il pensare che le macchine possano risolvere qualsiasi problema. Non è così. Faccio un esempio per tutti. Per la questione dei rifiuti, la soluzione non sta tanto nell’utilizzo di nuove tecnologie, ma in una buona organizzazione e in una buona formazione delle comunità.

  1. Lei ha detto che è positivo, ma siamo sempre in tempo ad agire in maniera incisiva?

 Io non sono un catastrofista, però se continuiamo su questa strada possono esserci degli sconvolgimenti. L’estremizzazione degli eventi climatici è forse l’aspetto più evidente. Potrebbero divenire progressivamente più drastici. Parliamoci chiaro: il pericolo non è la scomparsa del genere umano, ma richiamo di non riconoscerci più nelle società opulente. Se continuiamo ad essere insensibili, pigri nel dare risposte, il pericolo è che si creino shock che mettono in crisi il sistema. Pensiamo ai black out: da un secondo all’altro saltano tutti gli equilibri. Ammesso che sia possibile una gerarchia, il pericolo principale che corriamo è sul piano climatico. Se la temperatura dovesse aumentare oltre i 2° la situazione sarebbe critica. Riporto una metafora che a mio avviso è indicativa: è come se la temperatura del corpo umano passasse da 41° a 42°.  In un caso c’è ancora una parvenza di vita, se aumenta un grado la vita non c’è più.  Come suggerisce Greta Thunberg “dobbiamo agire come se avessimo un ferito da portare in pronto soccorso”, senza aspettare.  Ma dobbiamo pensare su scala più avanzata la nostra società. Per spiegare cosa intendo mi piace usare un’altra metafora, quella del crocicchio: abbiamo preso la strada sbagliata, quella del consumo, dello spreco a discapito delle relazioni umane, della condivisione, della coesione sociale. Bisogna tornare indietro e imboccare l’altro percorso, quello che pone al centro comunità democratiche.

  1. Quali interventi possono essere attuati a livello nazionale e internazionale?

Intanto bisognerebbe rendere operative le decisioni prese dalla COP 21 di Parigi,tenendo presente che se la società civile non si mobilità e accompagna le decisioni formali, non sono i poteri costituiti che arriveranno ad applicare fino in fondo le azioni di contrasto allo sfruttamento ambientale, per altro per alcuni tali indicazioni sono molto blande. Detto questo, è sotto gli occhi di tutti che gli Stati Uniti con la nuova amministrazione hanno dichiarato la divergenza da quell’obiettivo. La Cina ed altre potenze emergenti hanno dimostrato un atteggiamento più positivo.
Tanto dipende anche da come fronteggiamo la carenza di materie prime che comporta una corsa allo sfruttamento dei giacimenti naturali: dobbiamo imboccare la strada che allunga il ciclo di vita dei prodotti, del riciclo, evitando di andare a gravare ulteriormente sull’estrazione.
Penso ad esempio alle “terre rare” a quegli elementi che sono necessari per l’economia 4.0; possiamo evitare di andare ad estrarle dai giacimenti naturali, recuperandoli. Non solo facciamo un bene all’ambiente, ma creiamo anche le condizioni di uno sviluppo autocentrato di paesi che sono ricchissimi di materie prime, ma che non ne sono padroni. Penso ad esempio al Congo, dove è in atto una guerra civile di cui nessuno parla; ma anche Libia e Iraq.
La notizia positiva è quella dell’economia circolare

  1. Lei fa spesso riferimento all’economia circolare, le chiederei di spiegarci di che cose si tratta, come funziona e come è possibile attualizzare tale un modello.

I paesi dell’Unione Europea che sono naturalmente privi di materie prime hanno capito che oggi la competizione globale rende obbligatorio usare e riusare le risorse.  I rifiuti vengono metabolizzati dall’economia circolare come fa la natura rispetto agli scarti: sono reintrodotti nel ciclo naturale. In questo caso i rifiuti del cassonetto divengono una miniera urbana da cui estrarre le materie prime di cui l’Italia (che è il secondo paese più importante d’Europa da un punto di vista manifatturiero) ha fame. Bisogna passare dall’era dei rifiuti a quella delle risorse. Dalla necessità di far diventare lo scarto nuova risorsa passa una diversa idea di futuro.

  1. A che punto siamo con l’attuazione dell’economia circolare?

Bisogna stare attenti a che cosa si intende per “economia circolare”, il rischio è quello di includervi tutto e il contrario di tutto, persino la termovalorizzazione che ne è l’antitesi. Gli inceneritori allontanano l’affermazione dell’economia circolare; essi hanno bisogno di un flusso costante di rifiuti da fagocitare; qualora non si trovino localmente devono essere importati. L’economia circolare la si deve leggere con gli occhi dei cicli naturali: ogni scarto diventa elemento prezioso per la rigenerazione.
Ciò implica uno scenario virtuoso anche in termini economici. I territori locali hanno solo da guadagnare dall’economia circolare. In Toscana l’economia circolare avrebbe un valore aggiunto in un processo in cui gli scarti di un distretto divengono risorse per un altro.
Io ho proposto la convocazione degli stati generali dei distretti economici toscani in un grande processo di consultazione regionale per delinearne l’applicazione concreta e individuare finanziamenti che aiutino le imprese nella riconversione. La Regione dovrebbe fare un grande sforzo di coordinamento.

  1. Quali sono invece le azioni che possono essere intraprese dal singolo individuo?

La notizia positiva è che ognuno di noi è parte della risoluzione del problema. Se un cittadino mischia produce rifiuti, ma se è educato a differenziare è fonte di produzione di materiali preziosi da immettere nuovamente nel ciclo produttivo.
Rifiuti Zero è l’inizio della “rivoluzione ecologica” ci fa capire che se separo posso essere parte della soluzione del problema. Lo posso essere anche negli acquisti. È importante differenziare, è importante la qualità dei materiali che differenziamo ed è ancora più importante non produrre rifiuti.

  1. Mi ha colpito il racconto delle 60 famiglie che stanno provando a raggiungere il livello zero di produzione dei rifiuti. Come è nato questo progetto? Come sono state coinvolte e come sta andando?

Il progetto pilota attivato a Capannori è significativo perché ci spinge a stare attenti a cosa comprare, a ridurre gli imballaggi, a compostare.  Abbiamo constatato che la frazione organica per le famiglie è circa il 50% dei rifiuti prodotti; se abbiamo il composter non abbiamo più i costi di smaltimento e neppure quelli di ritiro. È una pratica che deve essere incentivata dando sgravi importanti sulle tariffe. 
Per il resto ci si accorge che abbiamo da fare i conti con le plastiche. Noi cerchiamo di dare strumenti alle famiglie: c’è troppo monouso, monoporzione imballata nella plastica. Vedo però che c’è un’attenzione crescente sia negli amministratori locali e anche nella grande distribuzione, anche se permangono incongruenze. Il cittadino in questi casi può farsi portatore di buone istanze scrivendo alle aziende. È la cosa che è successa ad esempio per le capsule del caffè. Dopo anni di sollecitazioni alcune marche (non tutte) hanno deciso di realizzarle in materiale biodegradabile.
È vero che utilizzare prodotti biodegradabili costa di più, ma è qui che entra in gioco una visione globale e l’interazione fra pubblico e privato. In cui il pubblico può prevedere incentivi per coloro che percorrono questa strada.



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